Sopra le righe... Donatella Calzari
PETALI D'ACCIAIO
Donatella Calzari ha iniziato a scrivere poesie fin da
bambina, dai tempi della scuola elementare, periodo in
cui si occupava anche della scrittura di testi teatrali da
mettere in scena con i suoi compagni di classe, in
occasione delle feste di Carnevale.
Dopo una pausa durata parecchi anni, nei quali ha
comunque mantenuto e sviluppato costantemente
l'amore per la poesia e la letteratura in generale, nel 1988
ha ripreso a scrivere poesie e brevi racconti. Soltanto nel
1992, però, ha avuto l'audacia, come riferisce, di inviare
una sua poesia al concorso "Alla scoperta dei poeti
lodigiani", col risultato che la poesia è stata pubblicata e,
negli anni la cosa si è ripetuta con altre poesie, ricevendo
premi e segnalazioni a concorsi nazionali e internazionali.
Alla domanda su cosa significa al giorno d'oggi scrivere
poesie, ecco come si è espressa l'autrice: «Personalmente
sono convinta che la poesia abbia, oggi, una vera e propria
funzione sociale. A prescindere dal valore artistico che la
poesia possa avere, essa si riveste di una nuova identità, di
una dignità propria. Smettendo del tutto i panni di
stucchevole afflato dell'anima, che ancora in troppi le
attribuiscono, riveste quelli di pregnante e, direi, vigorosa
espressione del ricco mondo interiore del poeta, il quale trova
il coraggio di aprire la "gabbia" lasciando che le sue parole
si librino nell'aria e che si posino sul cuore di chi si ferma
ad ascoltarle.».
Il poetare di Donatella è profondo, essenziale, è un
poetare che preferisce fare a meno del predicato (in
particolare del verbo essere) e posporre spesso il soggetto
(per conferirgli un maggiore risalto) rispetto al
complemento; come nella sua lirica "Visione", in cui il
soggetto è posposto e ripetuto più volte utilizzando così
ben due figure retoriche, l'iperbato e l'epanalessi: "Distesa
sconfinata di alberi / Il vento li tormenta / Il vento", "Il
vento strappa / Dilania / Conduce / Disperde / Il vento".
Un poetare intimo ma ricco di figure retoriche, di
metafore, di sinestesie, di iperbati, di ellissi, di ossimori e
correlativi oggettivi.
La cifra distintiva del suo dettato poetico e di questa sua
prima raccolta è un continuo metaforizzare la vita nel
suo risvolto doloroso, servendosi dei vari elementi della
natura, come fauna, flora, condizioni atmosferiche, non
facendo mai tracimare il tutto nel pessimismo e nella
disperazione.
A questo proposito, esemplare è la sua lirica "Insidie",
visionaria, profonda, a tratti metafisica e dal respiro
cosmico, che unisce in sé fauna e flora: un'immagine, un
sogno, un rifugio; l'autrice si immagina migliarino, un
piccolo uccello di palude, dal triste colore, che osserva
una gentile piantina che, fagocita gli insetti testé catturati
e, sogna di risvegliarsi vilucchio, una pianta rampicante,
dai fiori bianchi.
Esemplare è anche "Oblò", dove abbiamo un'immagine
profondamente poetica: "Rubino prigioniero / di una
conchiglia / il cuore / scorge bufere / nelle spire / di un
eluso mare.", il cuore (abilmente disposto in iperbato),
come rubino, prigioniero di una conchiglia, scorge bufere
nelle spire di un obliato dolore.
O come "Bassa marea", in cui la vita è rappresentata in
un alternarsi di gioie e di dolori, di alta e di bassa marea
ma, solo la bassa marea "rivela meravigliose terre
sommerse/ altrimenti celate allo sguardo.", solo la
conoscenza del dolore è in grado di rivelarci il senso della
nostra vita, altrimenti perduto nell'euforia della gioia
passeggera.
O come "Altalena", in cui è presente un'altra immagine
profondamente poetica: "Stanno gli alberi / come spade
conficcate / nella bianca spuma / del cielo."
Un'opera prima che ha significativamente intitolato, Petali
d'acciaio, un ossimoro che ben esprime il dualismo, il
carattere di dolcezza e forza della sua poesia. Una raccolta
da leggere e rileggere, soprattutto per le folgoranti chiuse,
che invitano il lettore a sostare e a rileggere, per scoprire
sempre nuove interpretazioni.
Proprio perché ogni vera poesia non è mai mera imita-
zione della realtà, non è mai sua fredda riproposizione,
come ad esempio l'uso dei vari termini e verbi indecorosi,
espedienti fin troppo facili per esprimere rabbia e
quant'altro.
Ogni vera poesia è "rappresentazione", nel senso di
interpretazione soggettiva della realtà, di sua ri-creazione
e trasfigurazione, quindi, aperta a molteplici interpretazioni.
E il grande poeta, scrittore e drammaturgo
francese Victor Hugo (1802-1885) già scriveva che la
poesia non appartiene al poeta, portando il concetto di
interpretazione alle estreme conseguenze: «Fino a che
punto il canto appartiene alla voce e la poesia ai poeti? /
La poesia non appartiene solo al poeta / perché non è lui a
decidere il senso, / perché il poeta sa soltanto in parte, / ciò
che la poesia finirà col dire.».
Anche dello stesso termine "poesia" non si potrà mai dare
una definizione definitiva ma solo innumerevoli
interpretazioni, lo stesso verbo "definire" vuole tracciare
dei confini ma, la poesia non conosce confini, il suo spirito
vivrà sempre e la sua voce cavalcherà i millenni.
E, il famoso pittore Pablo Picasso (1881-1973), a
proposito della pittura, ha scritto: «La pittura è una
professione da cieco: uno non dipinge ciò che vede, ma ciò
che sente, ciò che dice a se stesso riguardo a ciò che ha visto.».
Infatti, un poeta non è mai mero cronista di ciò che
attentamente osserva, non è mai impersonale messaggero,
bensì è interprete soggettivo, che ri-crea, trasforma,
trasfigura sogni, storie, emozioni, e Donatella, in questa
sua prima raccolta, ce lo dimostra ampiamente.
© Emanuele Marcuccio
